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MONUMENTI IN SARDEGNA

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L'anfiteatro Romano Cagliari

 

L'anfiteatro romano di Cagliari è stato edificato tra il I e il II secolo d.C. Questo anfiteatro è per metà costruito nella roccia e l'altra parte è di calcare bianco. Ormai è in buona parte distrutto poiché vennero utilizzati i blocchi di calcare per costruire le mura e le torri difensive della città. Possiamo ancora vedere parte delle gradinate ellittiche, il podium e la cavea, nonché i famosi sotterranei ove trovarono rifugio centinaia (se non migliaia) di senzatetto durante i bombardamenti dell'ultimo conflitto mondiale. L'anfiteatro ospitava combattimenti tra animali, tra gladiatori e tra combattenti specializzati che venivano reclutati anche fuori dalla Sardegna. In egual misura venivano eseguite le pene capitali davanti alla folla esultante.

 

Tempio di Antas

 

Tempio Punico-Romano dedicato all'adorazione del Dio eponimo dei sardi Sardus Pater Babai (Sid Addir per i cartaginesi). Situato ad una decina di chilometri circa a sud del paese di Fluminimaggiore (CI), il tempio si trova in una zona in cui stanziarono Cartaginesi e Romani, attirati dagli abbondanti giacimenti di piombo e ferro presenti nel territorio.

Sotto la gradinata di accesso al Tempio Romano sono presenti i resti del precedente tempio Cartaginese dedicato al dio Sid Addir (continuazione del precedente culto nuragico tributato al dio delle acque e della vegetazione). Il primo sacello venne edificato nel 500 a.C. su un affioramento di roccia calcarea (ritenuta sacra) e nel 300 a.C. il tempio venne ristrutturato. Intorno all'altare sono stati ritrovati molti reperti punici.

Il Tempio Romano venne costruito dall'imperatore Augusto (27 a.C.-14 d.C.) e restaurato durante Caracalla (213-217 d.C.) sull'area del tempio punico. Il Tempio venne scoperto nel 1836 dal generale La Marmora e assunse la forma attuale dopo la ricostruzione avvenuta nel 1967. La parte anteriore del tempio è composta da sei colonne (quattro frontali e due poste ai lati) alte 8 metri circa e aventi capitelli di ordine ionico. Originariamente era anche presente un frontone triangolare. La cella centrale era accessibile tramite due aperture laterali. Nel pavimento della cella è visibile una parte di un mosaico. Infine la parte sacra del tempio è dotata di due recipienti quadrati, profondi circa un metro, i quali contenevano l'acqua utilizzata nei riti di purificazione. Probabilmente era presente una statua del Sardus Pater Babai di circa 3 metri di altezza (a giudicare dalle dimensioni di un dito ritrovato). Nell'area del tempio sono stati repertati soprattutto doni votivi (statue, monete,...).

 

L'Auditorium Comunale

 

L'Auditorium Comunale ha sede nell'ex Chiesa di Santa Teresa, risalente al Seicento. Abbandonata definitivamente nel 1848, la Chiesa venne adibita a diverse funzioni, da sede dell'Archivio di Stato a palestra, fino ad ospitare le riunioni dei fascisti dagli anni Trenta al 1943.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale venne ristrutturata e adibita ad auditorium, luogo di concerti e manifestazioni culturali. Per adeguarlo a questa funzione, l'edificio originario venne completamente modificato. L'unica parte rimasta intatta è la facciata scandita da lesene in stile barocco.

Edificata alla fine del secolo XVII, l'ex chiesa di Santa Teresa, oggi Auditorium comunale, formava con l'edificio attiguo, attuale sede del Liceo Artistico Statale, la casa professa della Compagnia di Gesù. Abbandonata dai religiosi una prima volta nel 1774, poi ancora nel 1848, nel tempo la chiesa ha conosciuto diverse destinazioni: vi trovò sede per diversi decenni l'Archivio di Stato, fu adibita a palestra coperta, poi utilizzata per le esigenze della contigua scuola pubblica. Negli anni Trenta e fino al 1943, quando venne gravemente danneggiata dai bombardamenti, fu usata come luogo di riunione di organizzazioni fasciste. Nel dopoguerra l'edificio ha avuto la funzione di auditorium per concerti, poi, dopo i rifacimenti degli anni Ottanta, di luogo per manifestazioni e spettacoli. L'interno, che ospita la sala per gli spettacoli con i servizi tecnici, è ormai profondamente trasformato e non è più possibile leggervi la forma originaria, a croce latina con unica navata e cupola all'incrocio, mentre è rimasto praticamente inalterato il prospetto sulla piazza Dettori con il suo "ordine dorico con lesene barocche", come lo descrisse il Canonico Spano.

 

Cripta di Santa Restituta

La cripta è formata da una grotta, scavata naturalmente e in parte in modo artificiale, risalente al III secolo a.C., età tardo-punica. Nel XIII secolo la cripta venne dedicata al culto di Santa Restituta, da alcuni ritenuta la madre di Sant'Eusebio. Altri studiosi, invece, considerano la Santa una martire africana, le cui reliquie, insieme a quelle di altri martiri, vennero portate, nel VI secolo d.C., dall'Africa in Sardegna. I resti della Santa vennero trovati, all'interno di un'urna di terracotta, nella grotta in occasione degli scavi attuati nel Seicento per recuperare le reliquie dei martiri. In questo periodo venne costruito l'altare con tre nicchie scavate nella roccia, intonacate e decorate. Nella nicchia centrale venne, inoltre scavato un reliquiario chiuso da una piccola porta in legno che doveva contenere la statua della Santa. Le nicchie laterali ospitavano i simulacri di Sant'Eusebio e Sant'Eusebia, considerati, secondo la tradizione, i figli della Santa. Durante i bombardamenti del 1943 le reliquie della Santa scomparvero per poi essere ritrovate solo nel 1997 nella chiesa di Sant'Anna. Sempre nel Seicento, venne eretta, sopra alla cripta, la chiesa intitolata alla Santa, ora sconsacrata. Durante gli scavi seicenteschi venne ritrovato il ritratto in marmo di Santa Restituta, in stile copto, elemento che sembrerebbe confermare le origini africane della martire. All'interno della cripta si trova la colonna del martirio. Negli anni la grotta ha svolto molteplici funzioni; fu un magazzino di anfore nel periodo romano e sede di una comunità di monaci in epoca bizantina, come testimonia un affresco del secolo XIII con San Giovanni Battista. Oggi, nei locali sotterranei, hanno luogo vari eventi di tipo culturale.

 

Necropoli di Tuvixeddu

 

La necropoli di Tuvixeddu è la più grande necropoli fenicio-punica, ancora esistente nel bacino del Mediterraneo. Si estende su tutto il colle omonimo, all'interno della città di Cagliari, ed è compresa fra il rione cresciuto lungo il viale Sant'Avendrace e quello di via Is Maglias.
Il nome tuvixeddu significa "colle dei piccoli fori", dal termine sardo tuvu per "cavità", dovuto alla presenza di numerose tombe scavate nella roccia calcarea.

Tra il VI ed il III secolo a.C. i Cartaginesi scelsero il colle per seppellirvi i loro morti: tali sepolture erano raggiungibili attraverso un pozzo scavato interamente nella roccia calcarea e profondo dai due metri e mezzo sino a undici metri. All'interno del pozzo una piccola apertura introduceva alla camera funeraria o cella sepolcrale. Le camere funerarie erano finemente decorate, e sono state trovate all'interno anfore altrettanto decorate; inoltre sono state rinvenute delle ampolle dove si mettevano delle essenze profumate. Alle pendici del colle di Tuvixeddu si trova anche una necropoli romana, che si affacciava sulla strada che, all’uscita della città, diventava la a Karalibus Turrem (oggi il viale Sant'Avendrace). La necropoli romana è prevalentemente composta da tombe ad arcosolio e colombari.
Di particolare interesse, tra le tombe puniche, la Tomba dell'Ureo e la Tomba del Combattente, decorate con palme e maschere tutt'ora ben conservate. Dopo la distruzione della città di Santa Igia intorno al 1200 da parte dei Pisani, i superstiti si stanziarono nell'attuale viale Sant'Avendrace, alle pendici del colle: così buona parte delle case si addossarono a Tuvixeddu, utilizzando ognuna di queste un accesso alle grotte. Ancora oggi, in caso di demolizione delle vecchie case del quartier spesso si trovano grotte con evidenti segni di uso abitativo.
Il colle di Tuvixeddu non venne mai valorizzato, e nel XX secolo divenne la cava di una cementeria dell'Italcementi, che ne ha terminato l'estrazione solamente negli anni Ottanta. Così con i lavori di cava molte tombe andarono irrimediabilmente distrutte, anche se ne vennero trovate altre. Inoltre durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale le grotte vennero usate dagli abitanti della zona come rifugi antiaerei, e i più anziani le usarono come abitazioni per non dover correre ogni volta nel colle. Nell'immediato dopoguerra vennero abitate da chi aveva perso la casa durante i bombardamenti. Nel colle della cementeria oggi rimane soltanto la torre per la fabbricazione della calce e un capannone che si trova affianco alla nuova ala della scuola media intitolata al canonico Giovanni Spano.
Vi si vorrebbe realizzare un grande parco archeologico e naturalistico, all'interno del quale è prevista anche la costruzione di un museo che conservi i reperti e la storia del colle, anche se alcune imprese edilizie stanno realizzando numerosi interventi edilizi residenziali nella via Is Maglias.

 

Nuraghe Palmavera

 

Il Nuraghe Palmavera è ubicato a meno di due Km dal mare, percorrendo la via naturale che porta da Alghero a Porto Conte, lo vediamo sul margine destro della strada (127 bis, al Km 45), a pochi km da Fertilia.

Le prime esplorazioni del Nuraghe riguardarono la torre centrale (mastio), parte della torre secondaria, il cortile ed il bastione, e furono effettuate dal Taramelli nel 1905. Si tratta del primo scavo di un nuraghe eseguito con metodi scientifici.
<Ricostruzione ideale del nuraghe
Dal 1976 al 1989 ci furono svariati interventi di scavo e notevole è l'esplorazione di alcune capanne del villaggio e quella della Capanna delle Riunioni.
Il complesso di Palmavera è costituito da un nuraghe, da un antemurale e da un villaggio di capanne e recinti. A Sud-Est, nella località denominata "Pera Pons", sino ai primi del 1900 si conservavano due tombe di giganti; nelle vicinanze è stata segnalata anche la presenza di un pozzo sacro, interrato.
La visita più agevole si compie percorrendo la stradina sul lato Sud-Ovest dell'area, raggiungendo l'antemurale e procedendo verso il Nuraghe; una volta usciti dal nuraghe si suggerisce la visita della Capanna delle Riunioni e del villaggio.

Il Nuraghe Palmavera è costituito da una torre principale A, racchiusa in parte da un bastione ellittico (fortificazione in pietra), da un cortile, da una torre secondaria B e da un breve corridoio con nicchie. L'ingresso principale al bastione è orientato a Sud e conduce ad un minuscolo andito, con una nicchia sulla sinistra, che da in un cortile semicircolare, sul quale si aprono, sulla destra, la torre B e sulla sinistra la torre centrale A. Da questo cortile, che ha una superficie di mq. 16 ca, si accede, sulla destra, ad un corridoio con nicchie contrapposte che porta ad un ingresso secondario del nuraghe e ad una scala a gomito che consentiva di salire sulla torre minore e sul terrazzo del bastione, residuo soltanto in piccola parte.
La torre principale ha ingresso volto ad Est, seguito da un andito coperto da lastroni che introduce alla camera, con falsa volta, che ha un'altezza di 7m ed un diametro medio di circa 4m.

In questo ambiente, perfettamente conservato, sono state ricavate due nicchie laterali poco profonde e, quasi di fronte all'ingresso, si apre un'apertura ogivale di una scala che conduceva ad un più piccolo vano superiore, residuo soltanto per pochi filari di pietre, ed alla terrazza. Questa apertura, come avviene nelle torri nuragiche ritenute più antiche, è disposta a circa 3 m dal suolo della camera e doveva essere accessibile tramite una scala in legno.
L'opera muraria è costituita da blocchi di calcare grossolanamente rifiniti, disposti su filari orizzontali e pietre più piccole inserite negli interstizi e che servivano per dare maggiore stabilità alla costruzione.
Gli scavi nella camera della torre A portarono in luce tre livelli archeologici: quello superiore, più recente, riportava poche ceramiche di tipo "ispano-moresche", quello centrale conteneva materiale di età punica e romana e quello inferiore, che includeva un focolare con un'olla ad orlo espanso, ancora in posizione d'uso, rivelò svariate ceramiche nuragiche, frammenti di panelle di rame (lingotto di rame di forma piano-convessa), resti di pasto, ambra, macine, fusaiole ed ornamenti in conchiglia.

La torre secondaria è accessibile dal cortile attraverso un corridoio posto sulla destra dell'ingresso principale del bastione, conserva buona parte della camera a falsa volta, è munita di tre prese d'aria e di luce che guardano all'esterno (una quarta si apre in un vano interno). Nella camera si trovarono tracce di numerosi focolari e materiali in terracotta di età nuragica.
Il nuraghe è posto all'interno di un antemurale, costruito con blocchi calcarei, il suo profilo è pentagonale e collega quattro torri capanne, sporgenti dalla muratura in direzione Nord, Nord-Ovest, Sud-Est e Sud-Ovest.
La superficie delimitata dall'antemurale è di 879 mq. ed è suddivisa in settori da tratti di muratura che lo collegano al nuraghe. Quest'area era accessibile attraverso due ingressi a Sud-Est ed a Sud-Ovest, in corrispondenza con quelli del nuraghe.

Una delle torri-capanna annesse all'antemurale mostra elementi costruttivi e culturali che la differenziano dalle altre. Si tratta della Capanna 2 o Capanna delle Riunioni. Quest'ultima denominazione si deve al fatto che, come per altri consimili ambienti noti da altri villaggi nuragici, generalmente si ritiene che fosse la sede di un "consiglio di anziani".
E' una capanna circolare in arenaria che costituisce l'ambiente più vasto del complesso archeologico, ha un diametro interno di m. 8,87, ed è abbastanza grande da contenere una sessantina di persone disposte sedute in cerchio lungo un bancone perimetrale.

L'ingresso guarda a Sud-Est e, mediante un brevissimo andito, provvisto di gradini, porta all'interno della capanna, che ha il suolo ribassato di 50 cm rispetto al piano esterno. La porta all'interno è fiancheggiata da due pod
erosi lastroni obliqui. Gran parte della parete è percorsa alla base da un basso bancone di arenaria, è interrotta a destra da una cesta litica, da una piccola nicchia incavata nella muratura e da un seggio cilindrico in arenaria (quello che vedrete sul posto è un calco, l'originale è visibile nel Museo G.A. Sanna a Sassari).

E' di grande interesse proprio il seggio-trono in arenaria che traduce in pietra un probabile mobile in legno e/o sughero, con tanto di piedi e traverse, decorato con incisioni "a spina di pesce".
Il particolare carattere simbolico e culturale di questo manufatto si deduce anche dall'analogia con seggi di bronzo in miniatura, e con i sedili sui quali siedono diverse figure femminili "aristocratiche" del repertorio dei bronzetti nuragici.
Al centro del vano sorge un piedistallo, costruito con conci trapezoidali in arenaria, ben rifiniti, sul quale è stato rimesso, nell'ipotetica posizione originaria, un modellino in pietra di un nuraghe monotorre .
Il modellino di nuraghe pare sottolineare il carattere simbolico assunto dai nuraghi nella fase di utilizzazione della Capanna.
Anche i reperti recuperati all'interno ribadiscono la destinazione "speciale" della capanna: vi figurano, infatti, monili d'ambra e in bronzo e resti di
pasti comunitari.
Il villaggio conserva una cinquantina di ambienti, capanne e recinti, ubicati casualmente, lungo due "stradine" principali, una situata lungo il perimetro esterno dell'antemurale e l'altra al centro dell'abitato in direzione Ovest-Est.

Le capanne, probabilmente in origine coperte di legni e frasche disposti a pinnacolo, sono prevalentemente circolari. Sono presenti anche ambienti quadrangolari, riferiti alle estreme fasi edilizie dell'abitato. Entro le capanne gli scavi hanno rivelato focolari centrali o addossati ad un tratto delle murature e modeste delimitazioni degli spazi attuate con lastre infisse "a coltello".
Di notevole interesse è la presenza di grossi vasi rinvenuti interi e interrati con l'imboccatura a livello di suolo, chiusa da lastre di pietra, probabili contenitori di liquidi o derrate.
Diverse fasi edilizie e culturali hanno caratterizzato questo complesso ed in via preliminare, possono essere così sintetizzate: Fase I(1600 - 1300 a.C.) - costruzione della torre principale A, in calcare, e di un primo nucleo di capanne. Fase II(1300 - 1150 a.C.) edificazione della torre secondiaria B, del bastione e del cortile, in arenaria; costruzione dell'antemurale. Fase III (1150 - 900 a.C.) ampliamento del villaggio e restauri (in calcare) del nuraghe, sino all'abbandono del sito a seguito di un violento incendio, del quale gli scavi hanno evidenziato notevoli tracce.Gran parte dei reperti provenienti da Palmavera sono esposti nella Sala IX del Museo G. A. Sanna di Sassari.

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